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"Di Bosca in Bosca"
I Bosca e il vino
di Canelli
Il Vivandiere degli emigranti
Dall’azienda nazionale
all’azienda internazionale
Da Industriale a contadino
Usare il passato per inventare l’avvenire
Stati Uniti
Italia
Israele
Il resto del Mondo
L’Acquisizione della Cora
La risposta alle nuove sfide del mercato
Ricerca e innovazione
Prodromi di una assoluta novità
La Porta del Baltico
Il matrimonio del vino con i cereali
L'Asti cinque stelle
Noblesse oblige
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| I BOSCA E IL VINO DI CANELLI |
Anche qui si tratta di un
legame antico. Pietro Bosca, figlio di Secondo e di
Domenica Scaglione, primo membro della famiglia omonima di cui si hanno
informazioni precise, nacque in quel di Sant’Antonio.
È una frazione di Canelli, nota per essere la collina dove
cresce il miglior moscato del mondo. Era l’anno di grazia
1799, epoca in cui la vita del contadino del Piemonte era ancora quella
dell’Ancien Régime, anche se la Rivoluzione
francese era ormai vecchia di dieci anni. La prima campagna
d’Italia di Napoleone non l’aveva turbata di molto.
I rapporti giuridici e sociali nelle campagne erano ancora in gran
parte regolati dagli “Statuti di Canelli”, una
legislazione risalente alla metà del XIV secolo. Imponeva di
pagare sessanta soldi a chi “tirava per i capelli una persona
con pugni e schiaffi”; gli insulti
“ingiustificati” ad una donna per bene potevano
costare dieci soldi o la fustigazione; il proprietario che feriva colui
che “rubava uva o messi” era assolto. Le multe a
chi entrava abusivamente nelle vigne dovevano servire, almeno
teoricamente, a proteggere il raccolto: un soldo per il furto di un
grappolo, di canneti o di rami di salice (con cui si legano ancor oggi
le viti); due soldi sino al primo giorno di agosto, dopo la zappatura,
a chi penetrava illegalmente nella vigna altrui; cinque soldi in
seguito. Nulla era invece dovuto per le legnate somministrate alla
propria moglie e ai propri figli lasciando “il diritto di
ritorsione” al Podestà.
Il sistema era certo stato scosso dalla prima invasione delle truppe
francesi nel 1796. Napoleone non era entrato in Canelli ma aveva dato
battaglia ai piemontesi non lontano dalla città, a Cairo
Montenotte, riportando una delle sue famose vittorie. Il Generale
Massena, che sembra avesse alloggiato in loco, era accompagnato da
militari così male in arnese e affamati da comportarsi con
maggior violenza di quei “miliziotti”, volontari o
reclutati con la forza dal governo di Torino, che costituivano i
“partigiani” dell’epoca. Del passaggio
delle truppe napoleoniche, ciò che aveva lasciato il peggior
ricordo fra i contadini come il Bosca erano gli
“assegni” con cui i francesi pagavano il vino, il
bestiame e gli affitti delle case e delle cascine che confiscavano.
Questi impegni finanziari rivoluzionari non valevano più
della carta su cui erano stampati.
Se al momento della nascita di Pietro Bosca le truppe francesi erano
ormai lontane in Egitto, nel 1831 quando registrò, presso il
notaio di Canelli, la sua ditta vinicola, egli era ancora assillato dai
racconti su quegli “assegni”.
Piccolo proprietario della valle del Belbo, aveva capito che di sola
uva non era prudente vivere, come invece aveva fatto per secoli la sua
famiglia (il nome di un Bosca appare in calce dell’atto di
infeudazione di Canelli al feudatario del luogo nel 1217). Anche se la
rinomanza del suo vino aveva raggiunto il Lombardo-Veneto, il
Granducato di Toscana e persino la Francia, basarsi solo sulla
produzione di un appezzamento proprio non era né sufficiente
né prudente per far fronte alla domanda instabile del
mercato. Il vino era, dunque, meglio comprarlo anche dagli altri e
venderlo fuori zona.
In un’epoca in cui nel Piemonte, da poco restituito a Casa
Savoia, le male annate agricole si alternavano con i moti
rivoluzionari, il crollo dei prezzi con l’incompetenza di una
nobiltà latifondista e indebitata, occorreva aggiungere
all’aratro, al biroccio e al torchio altre fonti di guadagno
capaci di allargare gli orizzonti economici senza richiedere troppi
investimenti. La creazione di una società pareva fare al
caso suo: univa alla persona fisica di proprietario terriero quella
legale di commerciante; confermava il suo passaggio dal contadinato
alla borghesia: classe sociale nuova, che nel Regno Sardo
dell’epoca, era guardata con sospetto perché
troppo indipendente e politicamente liberale.
Non che questo lo preoccupasse oltre modo. Per un vinaio come lui che
almeno una volta all’anno partiva per la Francia alla testa
di una piccola carovana di carri-botte, trainati da coppie di grossi
cavalli Percheron, il maggior pericolo erano i banditi. Per valicare in
pace il Colle Turchino e scendere in Liguria e sulla Costa Azzurra
occorreva patteggiare con loro. Pietro Bosca aveva imparato a farlo con
il vino e con il denaro, senza mai sapere, in partenza, quale dei due
rappresentasse il passaporto più efficace.
Di Pietro Bosca non si sono conservate fotografie. Ma il busto che il
figlio Luigi fece scolpire in occasione dei suoi
settant’anni, conferma nello sguardo austero e nel cravattino
ricercato, la soddisfatta autorevolezza del notabile fine Ottocento.
Testimonia anche l’evoluzione delle aspirazioni di una classe
emergente, impegnata ad adattarsi ai cambiamenti politici ed economici
del suo tempo. Per i Bosca l’elasticità
commerciale si sarebbe trasformata in una strategia: quella della
ricerca del nuovo nel permanente.
Pietro Bosca aveva quarantaquattro anni —un anziano per i
suoi tempi— quando gli nacque, nel 1843, nella vecchia casa
di Sant’Antonio, il figlio Luigi. In dodici anni la sua ditta
non era cresciuta di molto anche se i vigneti di proprietà
si erano estesi a 4 ettari grazie alle vendite governative dei beni
ecclesiastici confiscati.
Luigi (1843-1928) non era il suo primogenito. Pietro si
era infatti ammogliato due volte: con Maria Teresa Bava, da cui aveva
avuto due figlie e, in seconde nozze, con Maria Barbero madre di Luigi.
Sappiamo che questo figlio fu precoce nel lasciare gli studi e nel
matrimonio dato che a soli ventun’anni sposò
Margherita Cortese da cui ebbe quattro figli e cinque figlie. Figlia
anch’ella di un piccolo proprietario terriero, Margherita
condivise con lui la sua vita movimentata. Divenne la sua consigliera e
la responsabile degli affari di famiglia durante le prolungate assenze
del marito. Lo teneva al corrente dell’andamento della ditta
mandandogli periodiche relazioni sul retro di cartoline postali che
indirizzava all’albergo dove sapeva si sarebbe fermato. Brevi
messaggi che dicevano: “venduto a 18 franchi quindici brente
di moscato al Signor Bacigalupo di Quarto”;
“ritirato le 300 barbatelle da impiantare nella nuova vigna
di Monteriolo”. Luigi morì a 85 anni, ancora
saldamente al timone della sua azienda. Fu il primo industriale di Asti
a ricevere il titolo di Cavaliere del Lavoro nel 1913. Patriarca nel
pieno senso della parola, questo industriale del vino aveva
modernizzato la Luigi Bosca & Figli, impiantata in Canelli in
quell’odierno Largo dei Cantinieri che oggi ricorda ed onora
una delle prime concentrazioni fisiche ed industriali dei vinai del
Piemonte.
Per Trade Mark, Luigi aveva scelto un’insegna significativa:
racchiuso in un cerchio adornato da tralci di viti, ritrae un leone
sdraiato con uno scudo ed il motto “Puritas et
Cura” sul dorso. Al centro dello scudo una mano spreme un
grappolo d’uva in un calice da spumante: segno di
un’affermazione personale e di un programma.
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