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Bosca spumante


"Di Bosca in Bosca"

I Bosca e il vino di Canelli

Il Vivandiere degli emigranti

Dall’azienda nazionale all’azienda internazionale

Da Industriale a contadino

Usare il passato per inventare l’avvenire

Stati Uniti

Italia

Israele

Il resto del Mondo

L’Acquisizione della Cora

La risposta alle nuove sfide del mercato

Ricerca e innovazione

Prodromi di una assoluta novità

La Porta del Baltico

Il matrimonio del vino con i cereali

L'Asti cinque stelle

Noblesse oblige

IL VIVANDIERE DEGLI EMIGRANTI

Se Pietro Bosca aveva capito che per stare al passo coi tempi occorreva abbinare la viticoltura al commercio, il figlio Luigi fu tra i primi viticoltori piemontesi ad estendere questa convinzione al di là dei confini regionali e ad accettare la sfida della crescente concorrenza anche all’estero. Cercò così e trovò clienti fra coloro che nel vino volevano appagare, assieme alla sete, anche la malinconia per la terra natale lontana. Erano, questi nuovi clienti, emigranti italiani in Francia, Svizzera, Germania, e poi oltremare nelle Americhe, in Africa e in Australia.
Luigi Bosca aveva capito che il vino, per l’emigrante, era qualcosa di più di una bevanda alcolica: era un “nettare” che ricordava la patria nelle festività di calendario e la casa paterna nelle feste di famiglia; con cui si brindava ai successi economici e ai ritorni dai viaggi e dalle guerre; con cui si addolcivano i distacchi e si cercava di lenire i dolori. Era, quel vino “nostrano”, un raggio di sole, una zolla di terra imprigionati nel vetro o nelle botti, un prodotto il cui prezzo e prestigio erano anche —ed in molti casi, soprattutto— legati al sapore del ricordo e dell’oblio.
Il ruolo di vivandiere degli emigranti si rivelò per Luigi Bosca un ruolo vincente. Ciò che, all’inizio, era stata un’intuizione venne in seguito elaborata in una strategia commerciale (a cominciare dalla prima succursale all’estero, creata significativamente nelle vicinanze del porto di Nizza nel 1860) e sviluppata attraverso ventitrè traversate atlantiche. Luigi le compì, prima, su navi a vela, poi sui primi vapori, accompagnato da mastri bottai per proteggere il suo vino dagli effetti delle lunghe soste sul mare (nel 1882 il viaggio verso l’Argentina richiese centoquarantadue giorni a causa delle avarie della nave bloccata alle Canarie).
Buenos Aires fu la prima sede d’oltremare. Fondata nel 1889 e diretta dal figlio Pietro (1865-1928), la filiale sita al n. 938 del Calle Libertad era diventata alla fine del secolo “la Marca del mayor consumo de la Republica Argentina”. Disponeva di sette collegamenti telefonici, sfoggiava il doppio titolo di “Fornitrice di S.M. il Re d’Italia” e di “Esportatore Mondiale dei Vini del Piemonte”. Le sue specialità erano il Moscato, il Malvasia vecchio, il Barbera, il Freisa, il Nebbiolo, il Grignolino, il Bracchetto, il Barolo Extra. I soli prodotti che non fossero di origine “familiare” erano la Grappa di Moscato, venduta “in damigiane con cannella” ed il Marsala extra vecchio.
La seconda succursale d’oltremare fu quella di Staten Island, presso New York. Venne aperta nel 1903 a Stapleton e fu diretta per sedici anni dal figlio Carlo (1882-1942). In quella sede, questo rampollo Bosca si sforzava di farsi perdonare dal padre, attraverso i successi commerciali “in terra d’esilio” le avventure romantiche che anni prima avevano messo in subbuglio la famiglia e turbato la tranquilla società di Canelli. Di lui, dopo le alluvioni che in due riprese hanno inondato gli archivi di Casa Bosca, ci rimangono delle fotografie e gli appunti del giro del mondo che fece fra il 1908 e il 1909. È un peccato perché da queste annotazioni, vergate a penna e a matita, su una piccola agenda-indirizzario (garante di un servizio postale via Londra, fra New York e Roma in nove giorni (sic!) e del cambio della lira-oro col dollaro-oro a 19,3 cents), Carlo Bosca rivela una natura di attento osservatore, che avrebbe potuto fare di lui un buon giornalista. Non ne ebbe mai voglia né tempo, oberato com’era da impegni commerciali e amorosi. Al suo arrivo a New York, l’11 luglio 1909, dopo aver visitato il Giappone, la Cina e il Canada cercando ovunque di fare affari, sospira: “qui cominciano le noie, le minacce, i soprusi che rendonmi triste, non finiranno che verso settembre 1909, risentendone gli affetti morali per sempre, forse. Oh americani infami!”.
Tutto questo non gli impedì di godersi la vita “per dovere professionale” diventando un personaggio di spicco nella comunità italiana e “Mister Moscato” prima del proibizionismo. Abe Buchman, oggi ancora per fama, competenza e veneranda età, l’avvocato del vino di New York par excellence, non perde l’occasione di raccontare che suo padre aveva messo in serbo nel 1919 trecento bottiglie di spumante Carlo Bosca, avvolte in carta d’argento e d’oro, per festeggiare in sordina, durante il proibizionismo, le nozze d’oro e d’argento dei propri famigliari.
Il terzo figlio di Luigi, Umberto (1876-1960), fu il solo dei Bosca a non seguire le tradizioni vinicole della famiglia. Scelse la carriera delle armi, che lo portò a combattere in Libia e nei Balcani. Morì generale di fanteria, pluridecorato, protagonista di un fatto d’armi che suona come uno scherzo della storia. Catturato dagli austriaci, internato a Dachau, guidò negli ultimi giorni della Grande Guerra una rivolta dei militari prigionieri. Si impadronì della vicina città di posteriore famigerata fama e funzionò da sindaco per qualche settimana dopo l’armistizio.

Giuseppe BoscaGiuseppe (1873-1961), rimase invece a Canelli a coadiuvare il padre. Aveva sposato nel 1910 Caterina, prima figlia di Luigi Pistone proprietario di una delle aziende vinicole più importanti del tempo. Situata nel centro di Asti alla fine del viale che pochi anni dopo venne intitolato alla “Vittoria”, la Pistone produceva Asti e Barbera ed aveva una vasta clientela internazionale. Caterina non si occupò mai degli affari del marito anche se proveniva da una famiglia di imprenditori di successo. Era una donna sognatrice; sapeva dipingere con garbo; era innamorata dei fiori, in particolare delle rose che coltivava con passione quasi maniacale. Passò la sua vita ad occuparsi dei poveri e dei diseredati. Giuseppe fu quello che in giornalismo si chiama “l’uomo di macchina”, il tecnico che dietro le quinte rende possibile il funzionamento quotidiano dell’azienda. Assieme al padre dovette misurarsi con le molte crisi che scossero in quegli anni l’economia vinicola italiana: l’invasione della fillossera, che obbligò il rimpiantamento dei vigneti piemontesi; la Grande Guerra, a cui Giuseppe partecipò come alpino; il proibizionismo negli Stati Uniti; la chiusura e la vendita della succursale di New York. Dopo la morte del padre superò la crisi del 1929 e risolse, con la vendita, quella della succursale di Buenos Aires rimasta senza guida per la scomparsa del fratello Pietro e nel 1932, partecipò, con Calissano, Martini e Rossi, Cinzano, Gancia, Contratto e Beccaro, alla costituzione del Consorzio per la Tutela dell’Asti di cui ancora oggi la Bosca fa parte. A quasi sessant’anni decise di “abdicare”. Non dovette essere per lui una decisione facile: il brillante secondo non si sentiva forse sufficientemente forte per affrontare la difficile sistemazione dell’eredità paterna con i membri di una così vasta famiglia. Senza la sua soluzione pacifica e negoziata sarebbe stato infatti impossibile dare all’azienda una guida sicura.
Passò così le redini della Bosca al figlio Luigi (1911-1988), suo unico erede. Spetterà a lui convincere zii e zie che, ben guidata da una sola mano capace e disposta a rischiare e ad assumersi la responsabilità di rilanciare l’azienda, la Bosca, malgrado il fallimento di tante aziende vinicole gloriose, ce la poteva fare.
Infatti, mentre falliscono la Calissano, il Conte di Mirafiori, e tante altre aziende piccole e medie, la Bosca riesce a sopravvivere. Luigi, il secondo del nome della dinastia, sposa Carla Ponzone. Era, nel suo genere, una Annita Garibaldi che seguirà sin dai primi anni i frenetici spostamenti del marito per il mondo. Fu moderatrice silenziosa che indirizzava sul concreto, senza smorzarli, gli entusiami fantasiosi del marito. Più tardi si trasformò lei stessa in businesswoman curando le relazioni esterne e le attività promozionali di una azienda in continua espansione.
Luigi morirà, in quella che la Bibbia definisce “buona canizie” dopo aver radicalmente trasformato l’azienda di famiglia ed in parte la coltivazione della vite nel Piemonte.

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