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"Di Bosca in Bosca"
I Bosca e il vino di Canelli
Il Vivandiere degli emigranti
Dall’azienda nazionale
all’azienda internazionale
Da Industriale a contadino
Usare il passato
per inventare l’avvenire
Stati Uniti
Italia
Israele
Il resto del Mondo
L’Acquisizione della Cora
La risposta alle nuove sfide del mercato
Ricerca e innovazione
Prodromi di una assoluta novità
La Porta del Baltico
Il matrimonio del vino con i cereali
L'Asti cinque stelle
Noblesse oblige
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| USARE IL PASSATO PER
INVENTARE L'AVVENIRE |
La
Bosca precorrendo i tempi, aveva mirato al suo
consolidamento attraverso l’assorbimento di altre case
vinicole. All’inizio degli anni sessanta aveva acquistato la
Zoppa, la più antica delle aziende vinicole di Canelli,
fondata nel 1810. Nel 1900 Paolo Zoppa aveva costruito un imponente
stabilimento lungo la linea ferroviaria al di là del fiume
Belbo. Un grande palazzo di famiglia doveva essere il segno di un
successo che invece sfuggì alle susseguenti generazioni.
Messo in vendita, lo stabilimento venne acquistato dalla Bosca che lo
trasformò in quartier generale e centro di coordinamento
delle sue attività all’estero.
Era un segno di ottimismo forse eccessivo dovuto al confronto di una
industria dello spumante, fino ad allora saldamente nelle mani delle
aziende piemontesi, con uno scenario mondiale in rapida trasformazione.
Due ne erano le cause principali: da un lato i consumatori stavano
scoprendo i vini di pregio, dall’altro essi si allontanavano
sempre più da vini che per generazioni avevano costituito
una parte integrante dell’alimentazione quotidiana. Il vino
si trasformava in genere voluttuario raffinato. Una miriade di piccoli
imprenditori di talento, attratti dalle possibilità offerte
da questo nuovo mercato in espansione, crearono nuove aziende, molte
delle quali ottennero rapido successo internazionale. Era nata la moda
del vino a denominazione d’origine che traeva il proprio
valore dalla terra in cui le uve venivano coltivate oltre che
dall’abilità di chi le produceva. Alla base della
“DOC” sta l’idea della omogeneizzazione
di ogni tipo di vino di cui le caratteristiche principali vengono
stabilite per legge. Esso diventa materia prima per una nuova categoria
di artisti che esprimono in esso la propria personalità,
mettendo sul mercato prodotti unici, di qualità, che
affascinano i consumatori alla ricerca di appagamento di gusti
raffinati e di status, specie se di recente conquistato.
Lo spumante volle seguire questa tendenza e partecipare alla festa e
alla moda. Anche l’Asti ebbe la denominazione
d’origine che gli spettava per qualità e storia.
Ma se il Barolo o il Brunello di Montalcino permettono al
vinaio-artista di cesellare vini che il mercato richiede ed assorbe in
virtù di un suo accurato, speciale processo di produzione,
invecchiamento e rarità, la produzione industriale dello
spumante non consente tali raffinatezze, del resto poco percepibili in
un prodotto di questo tipo.
Angelo Riccadonna fu l’unico industriale del settore a
comprendere la necessità di un profondo rinnovamento dello
spumante nonché gli ostacoli che tradizioni e filosofia
imprenditoriale ponevano ad una corretta lettura delle nuove tendenze
del mercato. Per quanto fosse condizionato da un lungo successo nella
produzione del vermouth e sembrasse disinteressato a quella dello
spumante, Riccadonna intuì l’importanza di quella
che si potrebbe definire l’immagine mirata della
novità. Il suo President, ottimo spumante secco,
accompagnato dal fortunato slogan pubblicitario “La domenica
si pranza col President” lo resero famoso e gli permisero di
mantenere per anni l’egemonia assoluta nel campo dello
spumante in Italia.
La maggioranza dei produttori non sembrava tuttavia comprendere che
contrariamente ai vini DOC, lo spumante stava cessando di essere un
prodotto d’arte per diventare semplicemente una
“merce”. Si trattava di un processo lento che
spesso sfuggiva all’analisi, del resto poco coordinata, degli
specialisti del vino, ma era un processo inesorabile.
Le cifre parlavano chiaro: da un lato mostravano la crescita dei
consumi e la capacità di nuove aziende di produrre sempre
maggiori volumi senza porsi problemi di immagine; dall’altro
le vecchie società ricche di storia e di tradizioni,
appesantite dalla passata opulenza, facevano fatica a reagire e a
sostenere la concorrenza. Il boom dei consumi degli anni
’70-’80 aveva in qualche modo impedito di prevedere
questa evoluzione che un più attento esame del mercato
avrebbe potuto far scoprire nei fatti e nelle statistiche.
L’esame non venne fatto in tempo per vari motivi, primo fra
tutti l’assenza di un’azienda leader
dell’Asti, capace di imporsi sul mercato e prosperare grazie
a profitti derivati unicamente dall’Asti. A controllare i
mercati c’erano invece due o tre grandi aziende che
investivano nell’Asti profitti ricavati in altre produzioni.
Inoltre, nel caso specifico di Canelli, le molte aziende locali non
trovarono mai formula e interesse per unire le loro forze onde imporre
assieme il prestigio della capitale del moscato.
Alla Bosca si percepiva il paradosso di una espansione di produzione
che correva verso la propria fine. Una timida proposta di cooperazione,
avanzata da Luigiterzo agli inizi degli anni settanta,
suscitò scandalo e fu subito abbandonata. La si
interpretò come un’idea prodotta da
difficoltà, il che era comprensibile data la situazione in
cui la Bosca stessa si dibatteva: schiacciata com’era dalle
grandi aziende produttrici di vermouth e aperitivi e da quelle nuove
che non avevano tradizioni da difendere. Se voleva sopravvivere come
azienda famigliare indipendente doveva trovare il modo di reinventare
l’industria, divincolandosi dall’abbraccio della
omogeneizzazione che minava le ragioni stesse della sua esistenza.
Alla Bosca, non senza contrasti interni, venne deciso di cambiare
registro. La nuova parola d’ordine fu “usare il
passato per inventare l’avvenire”. Questo concetto,
dimostratosi in seguito vincente sembrava, venticinque anni fa,
più che un’eresia, un formidabile controsenso. Se
fu possibile navigare contro corrente, in un momento in cui tutte le
maggiori aziende vinicole erano in espansione, lo fu solo grazie
all’impiego delle non molte risorse della Società
a sostegno di una convinzione: la possibilità di
sopravvivenza dell’impresa famigliare nell’epoca di
globalizzazione a condizione di reagire grazie alla sua maggiore
flessibilità decisionale ai cambiamenti profondi del mercato.
Autorità, coraggio e perseveranza sono virtù
indispensabili ma non sufficienti per attuare profonde trasformazioni
economiche e tecnologiche. A coagulare idee e sforzi occorre il fattore
umano della leadership, specie se sostenuto da una proprietà
che con angoscia vedeva un’azienda di famiglia rischiare di
scomparire senza combattere. Alla Bosca l’uomo giusto al
momento giusto fu trovato nel nuovo direttore generale, Mario
Martinengo, ingegnere torinese poco più che cinquantenne,
sino ad allora amministratore in Italia e all’estero di
grandi aziende meccaniche ed elettroniche. Sostenuto da Luigiterzo
Bosca, questo tecnico che di vino non aveva alcuna esperienza, ma di
mercato molta, mise a punto ciò che a molti vinai pareva non
solo antiprofessionale ma di impossibile realizzazione: un nuovo
prodotto del vino.
Col senno di poi è oggi possibile capire quanto innovazioni
del genere si scontrassero con resistenze psicologiche. Nel caso del
moscato, a Canelli, avevano le loro radici più che nei
vigneti, nella storia. Metaforicamente si trattava tanto di idolatria
della tradizione quanto di “sindrome del palio”, la
giostra medioevale equestre con cui dal 1275 Asti fa concorrenza al
più famoso palio di Siena.
L’idolatria della tradizione favoriva
l’immobilismo; la “sindrome del palio”
era quel sottofondo psicologico di tribalismo parrocchiale, per il
quale, come nella spericolata annuale corsa di cavalli, il danno
inferto o subito dal concorrente era preferito al bene acquisibile
dalla propria ditta (o contrada).
La trasformazione dell’innovazione
“eretica” in successo di mercato fu trovata nella
memoria “storica” della Bosca. Cercando, non senza
apprensione, il prodotto nuovo, ci si ricordò del vecchio
progetto nato e morto anni prima a Mons nel Belgio, dove si era
tentato, senza successo, di sviluppare un tipo di prodotto che fosse al
tempo stesso leggermente spumante, dotato del sapore e dello charme del
vino ma adatto al gusto dei Belgi e degli Olandesi.
Fu il geniale intuito
dell’enologo Francesco Paschina a trarre
dall’archivio dei molti sogni svaniti della Bosca la formula
per il nuovo prodotto. Il progetto venne rispolverato; nuovi progressi
tecnici fondamentali permettevano di rivoluzionare i concetti
produttivi; la fantasia di quel tecnico di grande capacità
scientifica permise di trasformare un prodotto a suo tempo abortito in
un vino che doveva poi diventare una pietra miliare
dell’enologia italiana: il Canei.
Che cos’era? Era il primo vino pensato per i non consumatori
di vino, un vino per i non iniziati: appena spumante, di moderata
gradazione alcolica, frutto di una accurata combinazione di vini
aromatici, molto leggeri e delicatamente dolci, per le sue
caratteristiche organolettiche poteva essere apprezzato da un pubblico
molto più vasto di quello degli abituali consumatori. Come
spesso avviene nel campo della ricerca scientifica, anche
l’idea del Canei aveva radici nel passato. Nel Seicento,
infatti, la crespia era stato un vino dolce e frizzante ottenuto per
rifermentazione. Si pensa che il suo nome derivasse dal fatto che,
bevendolo, faceva increspare le ciglia. Era un timido primo passo sulla
via della trasformazione del vino in bibita, perdutosi nei secoli e
nella selva dei cambiamenti del gusto e dell’economia.
Anche il Canei si scontrò, all’inizio, con
l’opposizione di esperti che spesso si consideravano
“grandi sacerdoti” della tradizione vinicola. Fu
astiosamente e invidiosamente bollato con definizioni dispregiative di
cui, quella di “Coca Cola italiana” parve la
più insultante. Non però alla Bosca dove nel
prenderne conoscenza, la prima volta, si fece festa. Era la
consacrazione della validità di un’idea originale,
di una corretta, previdente e coraggiosa lettura di un mercato in
radicale trasformazione ma anche un nuovo modo di pensare i bisogni di
un pubblico che richiedeva un approccio diverso da quello del vinaio
classico.
Poiché il Canei era qualcosa di nuovo, nuova si
pensò dovesse essere la sua presentazione. Per ben marcarne
l’originalità venne studiata una bottiglia di tipo
particolare dal collo allungato, ben oltre l’altezza delle
normali bottiglie di vino, e la sostituzione del tradizionale tappo di
sughero con una moderna chiusura a vite a tenuta di pressione.
Inizialmente concepita per motivi estetici, questa presentazione si
rivelò un fattore importante di successo, quasi un colpo di
genio. La bottiglia del Canei non entrava infatti negli scaffali
normali per il vino nei negozi. Di conseguenza, il Canei veniva posto
nei supermercati in settori distinti da quelli del vino. La sua
particolarità catturava l’occhio del consumatore
ed impediva la confusione dello spumante-bibita con i vini
tradizionali: era nata una marca di stile e di gusto nuovo.
Le prime quantità sperimentali di Canei, inviate negli Stati
Uniti ricevettero subito una positiva accoglienza da parte dei
rivenditori. Ma una volta di più si ebbe la prova che le
strategie che appaiono logiche ed eleganti quando sono formulate a
tavolino vengono percepite in maniera molto differente sul
“campo di battaglia”.
L’esperienza passata della Bosca unitamente al potenziale di
assorbimento del mercato avrebbero logicamente dovuto fare
dell’America il bersaglio naturale e privilegiato degli
sforzi di promozione del Canei. Non fu così
perché il successo iniziò dal mercato opposto, a
cui nessuno per ragioni economiche ed ideologiche aveva pensato: la
Germania comunista dell’Est.
La Bosca aveva mantenuto con questo mercato comunista contatti che
risalivano all’epoca dei timidi affari promossi
dall’ormai scomparsa filiale di Vienna. In un sistema come
quello comunista, dove la conservazione del potere è ragione
di sopravvivenza, l’immobilismo burocratico era una delle sue
caratteristiche. I funzionari che un decennio prima avevano trattato i
gravi problemi politici connessi all’importazione di qualche
migliaio di bottiglie di spumante capitalista Bosca erano in gran parte
gli stessi che ora dovevano affrontare le ardue decisioni politiche e
ideologiche dell’entrata del Canei nel mondo marxista
tedesco. Ma con una differenza: se i burocrati e il nome dello spumante
erano gli stessi, mancanza di valuta estera, puritanesimo ideologico e
orgoglio germanico del paese economicamente leader del blocco
sovietico, si scontravano con la domanda della popolazione di allietare
il grigiore della tavola socialista popolare con qualche tentazione
culinaria d’oltre cortina. L’Italia, col suo
più grande partito comunista europeo e la sua politica
estera permanentemente occhieggiante verso est non faceva paura; il
Canei univa il gusto del vino con il fremito della voluttà
peccatrice borghese dello spumante; per cui le autorità di
Pankov non ebbero troppe remore nell’approvare
l’importazione di un prodotto voluttuario, fabbricato da una
azienda che non si era rivelata pericolosa nel passato, e di una
bevanda che offriva una misura permissibile di peccato ideologico
capitalista.
Fu così che, con grande stupore della Bosca, giunse a
Canelli una richiesta di cinquantamila bottiglie che naturalmente si
riferivano allo spumante tradizionale tipo quello della vecchia azienda
viennese, ormai inesistente. Persuadere i funzionari comunisti che il
nuovo era meglio del vecchio, anche se in apparenza diverso, richiese
un lungo negoziato in cui il produttore resisteva paradossalmente alle
pressioni del cliente. Alla fine le cinquantamila bottiglie partirono
nei loro “voluttuosi” recipienti di vetro dal collo
elegantemente allungato. E fu subito il boom.
Nel 1977, le bottiglie passarono da cinquantamila a due milioni,
l’anno seguente a sette. A Canelli si dovette por mano alla
costruzione di un nuovo stabilimento per far fronte alle richieste.
Gino Robba, proprietario di una delle maggiori ditte produttrici di un
glorioso vermouth —aperitivo che stava passando di
moda— decise di vendere la sua azienda. Gli stabilimenti
della Robba vennero comprati dalla neonata Canei spa, e riconvertiti
alla nuova produzione nel giro di pochi mesi.
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