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Bosca spumante


"Di Bosca in Bosca"

I Bosca e il vino di Canelli

Il Vivandiere degli emigranti

Dall’azienda nazionale all’azienda internazionale

Da Industriale a contadino

Usare il passato per inventare l’avvenire

Stati Uniti

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Israele

Il resto del Mondo

L’Acquisizione della Cora

La risposta alle nuove sfide del mercato

Ricerca e innovazione

Prodromi di una assoluta novità

La Porta del Baltico

Il matrimonio del vino con i cereali

L'Asti cinque stelle

Noblesse oblige

RICERCA E INNOVAZIONE

Per continuare la politica di joint ventures, che aveva dato buoni risultati con il Canei, occorreva però inventare il nuovo prodotto da condividere finanziariamente con vecchi o nuovi gestori. La risposta poteva essere trovata solo fuori dalla Bosca e dalla esperienza vinicola industriale. Occorreva associare esperienza e tradizione con soluzioni nuove offerte dalla scienza e dalla tecnologia. Il legame con il passato venne mantenuto continuando la produzione di spumante e dei vermouth di qualità e la produzione di vini DOC nei vigneti di proprietà. Il legame col futuro venne stabilito con l’applicazione di scienza e tecnologia alla ricerca di un prodotto nuovo.
Collezione vitigniA Canelli esisteva e tuttora esiste una raccolta ampelografica, unica al mondo, che riunisce nello stesso ambiente oltre cento vitigni ad aroma moscato di origini diverse. Era stata creata all’occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione della Bosca, nel 1981, su un’idea del prof. Italo Eynard, titolare della cattedra di viticoltura della facoltà di agraria di Torino. All’iniziativa avevano aderito istituzioni scientifiche di quasi tutti i paesi in cui la coltivazione della vite era attività antica —Francia, Svizzera, Germania, Spagna, Portogallo, Cipro, Turchia, Grecia, i Balcani, Ucraina e Armenia—e quelli di più recente storia come il Sud Africa, le Americhe e l’Australia. Ultimo risultato di lavori su questa raccolta è la classificazione del DNA dei diversi tipi di moscato. Essa mette a disposizione dei coltivatori nel mondo possibili elementi di miglioramento della qualità del moscato.
Quando nel 1989, al momento del massimo successo commerciale del Canei, Luigiterzo Bosca decise di venderlo, tutto questo apparteneva al futuro. C’era una raccolta di vitigni, ma non si sapeva come sfruttarla; c’erano le disponibilità finanziarie ricavate dalla vendita della Canei, ma non c’era alcuna idea di come impegnarle per creare un prodotto nuovo. Alla Bosca si era convinti che il punto di partenza fosse una trasformazione radicale del moscato da vino a bevanda. Nacque così il progetto V.E.R.D.I. Le iniziali stavano ad indicare la speranza di trovare qualcosa che nella terminologia di mercato volutamente anglosassone, fosse una “versatile, enchanting, revolutionary, daring innovation”. Belle parole che definivano un’idea che, di per sé, non aveva nulla di rivoluzionario, se non la sfida di realizzare nello spumante uno di quei sogni che avevano contribuito a fare la fortuna di altre industrie italiane: la Ferrero con la Nutella, la Gallo con il suo riso, la Piaggio con la Vespa.
Nei cinque anni che seguirono decisivo fu per la Bosca impegnare dirigenza e personale in un progetto fondato sul principio che “ciò che funziona è già obsoleto”. Nel caso specifico dopo il volontario abbandono del Canei all’apice del suo successo, si trattava di realizzare una conversione di concetti e di modus operandi. Lo scopo fu raggiunto con un cambiamento di strategia di produzione e di investimenti: trasformare una fabbrica vinicola in un laboratorio di ricerca e collegare la produzione del futuro all’innovazione invece che allo sfruttamento della tradizione.
Furono, fra il 1989 e il 1995, anni difficili in cui in quella che in Bosca si chiama la “camera degli scheletri”, si accumulavano decine e decine di bottiglie di ogni forma e contenuto, a testimonianza dei falliti tentativi di inventare il nuovo prodotto su cui costruire il futuro dell’azienda.
Poi qualcuno pensò al vermouth. Era stato uno dei grandi prodotti industriali dell’Ottocento che aveva permesso di creare aziende enormi, che trasformarono il Piemonte nel centro industriale enologico del loro tempo. Martini e Cinzano erano nomi noti come lo sono oggi Benetton e Microsoft. Basti pensare che ci fu un momento in cui il budget pubblicitario della Martini & Rossi era superiore a quello della Coca Cola.
Il successo di questi marchi non nasceva solo dalla qualità dell’uva ma dalla genialità di produttori capaci di valorizzare questa materia prima onde ottenere un prodotto “artificiale” (parola considerata spesso blasfema, ma chiave di molti successi industriali) in grado di soddisfare un bisogno, magari inconscio, del consumatore. Nel caso del vermouth, l’artificio era stato di trasformare prodotti naturali —uva, erbe aromatiche, barbabietole, grano— prima in vino, essenze, zucchero e alcool, poi, con dosaggi sapienti, in un prodotto prelibato che, curiosamente divenne noto con il termine tedesco di Wermut scritto però alla francese, vermouth.
C’è uno strano comportamento di molti imprenditori vinicoli di fronte al successo di prodotti “artificiali” nell’industria. Nel campo stesso dell’aperitivo e del liquore, essi continuano ad esaltare la naturalità dei vini, inclusa quella dello spumante “genuino” pur sempre prodotto industriale “artificiale”. Si tratta infatti di una mistura, anche se nobilitata dal nome cuvée, “saggiamente dosata” di vino, zucchero, lieviti con l’aggiunta di un insieme di distillati. Ancora oggi li chiamiamo “esoticamente” liqueur in omaggio al segreto della formula gelosamente conservata dagli antichi produttori. Forse la reticenza all’innovazione dell’imprenditore vinicolo è frutto di abitudini cristallizzate dal prestigio della tradizione che ostacolano il salto di fantasia che invece ha reso possibile il vermouth e nel caso della Bosca, il Verdi.
Fu comunque proprio pensando al vermouth che la ricerca decisa dall’azienda nel 1989 si incanalò verso un programma inteso a trovare la novità nella miscela di spumante con altre sostanze alimentari.
Due uomini guidavano questa corsa contro il tempo e contro la depauperazione delle fortune che la famiglia Bosca aveva impegnato nella scommessa: Vittorio Landi e Carlo Aliberti.
Carlo Aliberti, Luigiterzo Bosca e Vittorio LandiVittorio Landi, Amministratore Delegato della Bosca, è un ragioniere genovese formatosi nell’industria metalmeccanica. Per una strana coincidenza, a diciannove anni il suo primo impiego era stato presso il rivenditore dei prodotti Bosca a Genova. Poi aveva creato una industria propria, e dopo averla ceduta, cercava responsabilità in una azienda aperta all’innovazione.
Aliberti era un giovane di venticinque anni di buona razza contadina. Aveva studiato enologia, preso una laurea in chimica ma continuava ad aiutare il padre nel lavoro delle vigne nei giorni di festa. La Bosca l’aveva individuato quasi per caso da un trafiletto di congratulazioni per la laurea brillantemente conseguita che i suoi amici avevano fatto pubblicare in un giornale locale. Il presidente della Bosca, Luigiterzo, era convinto che per inventare prodotti occorresse un tecnico di valore, buon conoscitore del vino, ma soprattutto un uomo aperto alla sperimentazione. Qualcuno legato alla cultura della vigna ma sensibile alle esigenze del mercato e che del vino sapesse valorizzare il prestigio senz’essere psicologicamente condizionato dalle sue tradizioni. Oggi Aliberti è Direttore dello stabilimento di Costigliole d’Asti, fiero di essere l’autore di un’invenzione che segna una nuova svolta nella storia di Canelli e dello spumante italiano.

PRODROMI DI UNA ASSOLUTA NOVITÀ

Se la Germania dell’Est era stata l’apertura provvidenziale per il Canei, la Russia, fresca della perestroika lo sarebbe stata in non minor misura per il nuovo corso della Bosca.
Il nome Bosca era conosciuto in Russia sin dall’Ottocento quando il primo Luigi aveva iniziato ad esportarvi il suo spumante. Nell’Unione Sovietica la presenza risaliva invece ai primi contatti avviati attraverso la filiale di Vienna: un’avventura austriaca, di cui si è già detto, che si rivelò un totale fallimento commerciale in seguito trasformatosi in una benedizione.
A partire dal 1991, le frontiere dell’ex-Unione Sovietica si erano aperte in modo caotico alle importazioni dell’occidente a due condizioni: che coinvolgessero un’immagine “capitalista” e fossero offerte a prezzi “stracciati”. Lo spumante con i profumi, i jeans, i McDonald’s e mille altri articoli di nuovo lusso, apparente od ostentato, era ciò che una miriade di nuovi importatori russi, dotati di improvvise enormi disponibilità finanziarie e di scarsa cultura imprenditoriale, cercavano sui mercati occidentali.
La Bosca non si adattava a questo tipo di richieste che svalorizzavano la qualità. Per oltre un anno fra importatori ex-sovietici e la Bosca ci fu uno scambio di domande e rifiuti: agli uni interessava il prezzo e la forma; all’altra la possibilità di sperimentare in loco almeno uno dei prodotti che lentamente uscivano dai suoi laboratori. Era una occasione unica in un momento politicamente e commercialmente eccezionale.
Fu un giovane ebreo di Odessa da poco emigrato negli Stati Uniti a lasciarsi finalmente convincere. Aveva fatto una discreta fortuna con il caffè che confezionava nel New Jersey e spediva in Ucraina. Accettò di acquistare il nuovo prodotto Bosca di cui gli piacevano il gusto e il profumo, che non era un vino ma una bevanda prodotta, sì, con il vino, ma anche con altri ingredienti. Non lo disturbava il fatto che avesse solo sette gradi di alcool e neppure che non fosse venduto come spumante ma semplicemente come “Bosca”.
Al primo container di prova seguirono in pochi mesi centinaia di altri. La gente in Ucraina lo acquistava la prima volta forse per il suo prezzo invitante ma tornava in massa a comprarlo per la qualità. Il successo in Ucraina aprì le porte del più grande mercato russo dove la risposta fu istantanea.
Gli stessi importatori non chiedevano più uno spumante ma il “Bosca” che a Kiev e in Polonia vide spuntare bottiglie contraffatte come le borse di Gucci a Hong Kong. Se i guadagni non erano alti, il ritorno di questa operazione al di là del sipario di ferro ormai caduto, si dimostrò vitale per la Bosca. Le vendite servivano a mantenere in attività linee di produzione in attesa di un prodotto veramente nuovo che tardava ad uscire dal centro di ricerca del Boglietto.

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