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Bosca spumante


L'Azienda

Luigiterzo Bosca: La Bosca del Nuovo Millennio
Prof. Maurizio Viroli: discorso in occasione del VERDI Day

Professor Maurizio Viroli

Elogio dell'innovazione

Desidero in primo luogo esprimere la mia gratitudine al Dr. Luigi Bosca per il suo invito e ringraziare le Autorità civili, militari e religiose e tutti gli intervenuti per essere presenti a questo Verdi Day.
Desidero inoltre scusarmi in anticipo: non sono né un economista, né un esperto di marketing, bensì uno studioso di teoria politica, e quindi il mio discorso sarà per molti noioso, temo. In qualità di studioso di teoria politica vorrei trattare del tema dell'innovazione nell'imprenditoria, nella politica e nella vita religiosa e morale.
Il primo punto che ritengo necessario mettere in evidenza è che quello dell'innovatore è sempre un mestiere difficile. Contro l'innovatore stanno tre potenti argomenti: quello degli effetti perversi, quello della messa a repentaglio, e infine quello della solitudine. Il primo argomento, quello degli effetti perversi, si compendia nella tesi che l'innovatore si propone di realizzare un bene, e ottiene l'esatto contrario. L'esempio per eccellenza di effetti perversi, a giudizio naturalmente dei critici reazionari o conservatori, sono le rivoluzioni, prima fra tutte la Rivoluzione Francese: ' essi volevano realizzare la libertà, hanno instaurato la peggior schiavitù; volevano liberare gli uomini dalle catene dell'oppressione, li hanno resi ancora più schiavi'. Contrariamente al Mefisto di Goethe, che persegue sempre il male e realizza sempre il bene, l'innovatore politico persegue il bene e realizza il male.
Oltre agli argomenti degli storici ci sono anche potenti miti classici che ammoniscono l'innovatore a pensarci bene prima di intraprendere l'opera. Il primo mito è quello della sequenza Hubris-Nemesis: gli Dei puniscono l'uomo che per ambizione varca i confini che non deve varcare o scopre i misteri che non deve svelare. Un altro mito è quello di Medea. Le tre figlie del vecchio re di Tessaglia, così narra il mito, vogliono ridare giovinezza e vigore al sovrano. Seguendo il consiglio della maga Medea fanno a pezzi il vecchio re e lo mettono a bollire convinte che il vecchio sovrano tornerà giovane e pieno di forze. La morale del mito è evidente: coloro che desiderano rinnovare lo Stato senza possedere la conoscenza necessaria, fomentati dai demagoghi (la maga Medea) ottengono esattamente il risultato opposto, ovvero dilaniano il corpo politico in fazioni e poi finiscono di distruggerlo con le fiamme della guerra civile.
Il secondo argomento contro l'innovazione si può riassumere nella tesi che l'innovatore mette a repentaglio dei beni preziosi realizzati con grande fatica e dispendio di risorse. La formulazione più sintetica di questo principio cono le parole di Victor Hugo nel romanzo Notre-Dame de Paris: ceci tuera cela: questo ucciderà (distruggerà) quello. Un esempio eloquente di critica dell'innovazione in nome del pericolo di mettere a repentaglio quanto si è a fatica realizzato, sono le parole che Robert Lowe, un politico liberale, pronunciò contro la riforma elettorale del 1867:
"I have now, Sir, traced as well as I can what I believe will be the natural results of a measure which...is calculated...to destroy one after another those insititutions which have secured for England an amount of happiness and prosperity which no country has ever reached, or is ever likely to attain. Surely the heroic work of so many centuries, the matchless achievements of so many wise heads and strong hands, deserve a nobler consummation than to be sacrified at the shrine of revolutionary passion, or the maudlin enthusiasm of humanity? But, if we do fall, we shall fall deservedly. Uncoerced by any external foe, not borne down upon any international calamity, but it the full plethora of our wealth and the surfeit of our too exuberant prosperity, with our own rush and inconsiderate hands, we are about to pluck down on our own heads the venerable temple of our liberty and glory" (Cito da A. Hirschman, The Rhetoric of Reaction, Harvard, 1991, pp. 93-4).
Infine, a rendere ancora più arduo il mestiere dell'innovatore, oltre al pericolo di ottenere l'esatto contrario del fine voluto e al pericolo di distruggere la fatica di anni, c'è il fatto che l'opera dell'innovatore è solitaria, o tutt'al più opera di pochi. E' un'opera, in altre parole, che non ha il conforto delle masse, o della gente, o del popolo. Anzi, l'innovazione deve essere realizzata nonostante la freddezza o addirittura l'ostilità dei molti.
Il carattere solitario, o elitario, dell'innovazione è stato ampiamente sottolineato sia a proposito dell'innovazione nella tecnica e nell'economia, sia a proposito dell'innovazione in politica, sia a proposito dell'innovazione nella religione. Parlando soprattutto delle innovazioni tecnologiche, e della loro applicazione in economia, il sociologo francese Gustave Le Bon osservava che se la democrazia avesse avuto, al tempo dell'invenzione della macchina a vapore, il potere che essa aveva quando egli scriveva (attorno al 1896) quella ed altre importanti innovazioni sarebbero state impossibili. E concludeva che era stata una grande fortuna per il progresso della civiltà il fatto che il potere delle masse avesse cominciato ad espandersi solo dopo che le grandi innovazioni nella scienza e nell'industria erano già state realizzate. (Ilirschman, p. 98).
Il carattere solitario dell'opera dell'innovatore è ancora più evidente in politica. L'autorità massima da citare in proposito è ovviamente Machiavelli. Il quale scriveva che per riordinare una repubblica è "necessario essere solo" (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I, 9), e spiegava che un uomo "prudente" che vede, che sà cos'è giusto fare con molta fatica potrà persuadere i molti" in quanto gli uomini "usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non veggendo il male in viso, ma avendo a essere loro mostro per coniettura".
Come il fondatore di Stati così il fondatore di religioni è solo, o per lo meno deve iniziare l'opera da solo. Cristo è solo, lo seguono pochi uomini e a condannarlo a morte è una piazza, una piazza manipolata dai sacerdoti, ma pur sempre una piazza: "La moltitudine gridando cominciò a domandare che facesse come aveva sempre fatto. E Pilato rispose loro dicendo: Volete voi che io liberi il re dei Giudei?
Perciocchè riconosceva che i principali glielo avevano messo nelle mani per invidia. Ma i principali sacerdoti incitarono la moltitudine a chiedere che piuttosto liberasse loro Barabba. E Pilato, rispondendo, da capo disse loro: Che volete adunque che io faccia di colui che voi chiamate il re dei Giudei? Ed essi gridarono di nuovo "crocifiggilo". E Pilato disse loro: ma pure, che male vi ha fatto? Ed essi viepiù gridavano: crocifiggilo!" (Mc 15. 8-14). Mosè, per citare un altro esempio, è solo, o con pochi fidi, e deve spesso placare anche con la forza, il popolo che egli sta portando in Terra Santa. E soli furono San Francesco e San Domenico.

Argomenti a favore dell'innovazione.
Detto questo, anche al fine di non scoraggiare troppo il Dr. Bosca ad intraprendere nuove innovazioni, passo subito a commentare gli argomenti più potenti che sono stati suggeriti a favore dell'innovazione, sia in economia, sia in politica sia nella vita religiosa e morale. Inizio con la risposta all'argomento degli effetti perversi. Contro la tesi dell'effetto perverso c'è l'osservazione che le pire n'est pas toujours sûr (non è sempre detto che il peggio accada). In altre parole, chi può con assoluta certezza asserire che l'azione di rinnovamento porterà a risultati contrari a quelli previsti. A ciò si aggiunga che l'argomento degli effetti perversi riguarda soprattutto le trasformazioni politiche che si ponevano obiettivi grandiosi di completa e radicale emancipazione degli uomini fidando nella capacità della ragione, e della volontà, di debellare la resistenza di pregiudizi e tradizioni secolari. L'innovazione imprenditoriale, per quanto significativa, non ha simili ambizioni.
Contro l'argomento che l'innovazione mette in pericolo quanto già realizzato c'è l'osservazione che fare è meglio del non fare; che l'innovazione è necessaria per evitare un pericolo. Chi vuole sostenere l'innovazione può spiegare che 'dobbiamo introdurre una certa riforma se vogliamo evitare gravi mali sociali e politici'.
Esempi di questo modo di sostenere l'innovazione sono le politiche di trasferimento di risorse dai paesi ricchi ai paesi poveri, e le politiche del welfare state, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tali politiche sono state infatti giustificate con l'argomento del pericolo del comunismo: 'se non volete che un dato paese sottosviluppato, o i poveri dei paesi sviluppati, diventino comunisti dobbiamo fare qualcosa'. Questo tipo di ragionamento è la risposta a chi sostiene che introdurre innovazioni mette a repentaglio quello che già abbiamo e che abbiamo costruito con fatica, in quanto mira a dimostrare che se non rinnovi, se non fai, perdi quello che hai.
Un altro luogo comune - in senso classico - a sostegno dell'innovazione afferma che bisogna procedere all'innovazione per anticipare il concorrente. 'Dobbiamo cambiare per conquistare mercati prima che lo facciano i nostri concorrenti'. Questo tipo di considerazione vale in primo luogo per l'imprenditore. Ma vale anche per il politico. La chiave per il successo elettorale è spesso la capacità del politico di inventare nuove parole, nuovi programmi, nuovi simboli che gli permettono di rispondere a determinati bisogni, a esigenze, a speranze dei cittadini, o di un particolare gruppo di cittadini prima che lo facciano altri.
Machiavelli formulava tale principio in maniera magistrale quando scriveva che per sconfiggere l'insolenza di un uomo che emerge in una repubblica il mezzo più sicuro è quello di preoccupargli le vie per le quali egli intende diventare potente. E citava l'esempio di Cosimo il vecchio che divenne signore di fatto di Firenze conquistando il favore popolare. Per sconfiggere Cosimo e salvare la libertà della città, i suoi avversari, scrive Machiavelli, avrebbero dovuto cercare il favore del popolo prima di lui (Discorsi sopra la prima deca Tito Livio, I, 52).
Qui devo sottolineare una differenza fra l'innovazione in economia e il rinnovamento in politica e nelle religioni. L'innovazione in economia ha la forma della creazione: creazione di nuovi prodotti o di nuovi modi di produzione. Il rinnovamento delle istituzioni politiche raramente, per non dire mai, può essere descritto come opera di creazione ex novo. Forse il solo caso è la democrazia ateniese, che non aveva precedenti. Ma della stessa Rivoluzione, Francese è stato detto, non senza ragioni, che essa incorporò molti aspetti dell'Ancient regime. La riforma delle istituzioni politiche assume quasi sempre la forma dell'adattamento, della riforma, dell'imitazione di istituzioni che già esistono in altri paesi, o addirittura del ritorno ai principi originari. Il rinnovamento in quanto ritorno ai principi originari o fondativi è la forma tipica della renovatio religiosa. Tutti i movimenti di rinnovamento religioso hanno proclamato di rifarsi all'insegnamento originale ed autentico del Cristo. Ciò non toglie che le chiese si rinnovino anche mosse dalla preoccupazione di perdere fedeli. La spinta a cambiare il proprio linguaggio e il modo di presentarsi sulle questioni morali o sociali (diverso è il discorso sulle questioni teologiche) è spesso dettata dalla necessità di rispondere a nuove esigenze dei fedeli, o dei non credenti, prima che lo facciano i missionari o i credenti di altre religioni.
Queste considerazioni rispondono, o dovrebbero rispondere alle critiche all'innovazione in nome della paura della messa a repentaglio dei risultati acquisiti. Per contrastare la tesi della solitudine dell'innovatore può valere invece l'osservazione che se è vero che ideare e realizzare l'innovazione è opera solitaria o di pochi è anche vero che gli innovatori e i fondatori raccolgono più alto plauso e più fulgida gloria (e in economia più lauti profitti). Qui mi assiste ancora Machiavelli, quando scrive che "intra tutti gli uomini laudati sono laudatissimi quelli che sono stati capi e ordinatori delle religioni, appresso quelli che hanno fondato o repubbliche o regni" (Discorsi sopra la prima deca Tito Livio, I.10).
Posto che gli argomenti che ho citato in favore dell'innovazione valgano a confortare l'opera dell'innovatore, resta la domanda circa le condizioni che fanno sì che l'opera di innovazione abbia successo. La prima condizione del successo è la capacità di adattarsi ai tempi, ai contesti storici e culturali. La seconda è scegliere il tempo giusto per intraprendere l'innovazione. L'autorità in materia è Francesco Guicciardini: "le cose medesime che tentate, in tempo, sono facili a riuscire, anzi caggiono quasi per loro medesime, tentate innanzi al tempo, non solo non riescono allora, ma ti tolgono ancora spesso quella facilità che avevano di riuscire al tempo suo: però non correte furiosi alle cose, non le precipitate, aspettate la sua maturità, la sua stagione". (Ricordi, C. 78).
La terza è il calcolo attento di tutti i possibili elementi. Posto che non è mai possibile ponderare tutto, bisogna almeno ponderare il ponderabile.
Infine, ammesso che queste siano le condizioni principali per il successo dell'innovazione, quali sono le virtù che la persona che vuole realizzare opera di innovazione nell'impresa, nella politica e nella religione deve possedere? La prima credo sia la prudenza, intesa come conoscenza degli uomini e dei tempi. E una parte importante della prudenza è la capacità di imparare dalla storia. Il fortunatissimo Canei aveva precedenti antichi nella "crespia", un vino dolce e frizzante.
La seconda è la capacità di persuadere che l'innovazione è buona, o giusta, o necessaria. Questa virtù è particolarmente evidente nel caso del riformatore politico. Per riuscire il politico deve motivare; per motivare deve dire parole che lasciano il segno; per dirle deve avere il tono di voce giusto, deve far sentire una convinzione profonda, deve aver testimoniato la sincerità dei suoi convincimenti. Il medesimo vale per l'innovatore religioso, che, quando è vero innovatore religioso, ha a disposizione solo la parola. Ma perché la sua parola sia efficace deve essere sostenuta dalla testimonianza. E vale per l'imprenditore che innova, il quale deve persuadere, prima ancora che i consumatori, altri imprenditori, agenti commerciali, esportatori.
Per quanto possa sembrare strano nell'epoca dei computers, la condizione essenziale del successo imprenditoriale, soprattutto nell'innovazione, è ancora la capacità dell'imprenditore di suscitare e sostenere il trust, la fiducia. Trust o fiducia che è basata sulla valutazione della storia passata dell'impresa e dell'imprenditore. Chi non segue volentieri per una strada nuova una persona che ha già dimostrato in passato di vedere bene e di agire con correttezza?
Infine, l'ultima virtù: il coraggio di affrontare il nuovo e una certa ambizione di realizzare qualcosa di grande, che sarà ricordato. Detto questo diventa facile l'augurio. Poiché la fortuna aiuta i forti e i coraggiosi, non può che guardare con occhio benevolo (la fortuna non è affatto cieca) chi come il Dr. Luigi Bosca, seguendo le orme dei suoi predecessori, ha sempre dimostrato coraggio e ha saputo conquistare e conservare la fiducia di tutti coloro che lo hanno conosciuto e hanno lavorato insieme a lui.


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